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La motivazione al cambiamento: comprendere il processo per prendersi cura di sé

La motivazione al cambiamento: comprendere il processo per prendersi cura di sé

Se una persona si trova in difficoltà, il modo migliore per venirle in aiuto non è quello di dirle cosa fare, quanto piuttosto quello di aiutarla a comprendere la sua situazione e a gestire il problema prendendo da sola e pienamente le responsabilità delle scelte individuali

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Quando siamo davvero disposti a rischiare? Abbiamo il coraggio di metterci in gioco, di abbandonare le vecchie abitudini e affrontare l’incertezza di ciò che è nuovo? E, soprattutto, quali sono i processi che rendono possibile il cambiamento? Scopriamoli insieme…

Il cambiamento mette alla prova il nostro equilibrio e chiede di rimettere in discussione schemi consolidati, certezze e modalità abituali di affrontare la vita. Molte persone esprimono il desiderio di modificare comportamenti dannosi, migliorare il proprio benessere psicofisico o affrontare un disagio emotivo; tuttavia, passare dall’intenzione all’azione non è semplice.

Agire in modo diverso da ciò che abbiamo sempre fatto richiede tempo, energie, impegno e strategie realistiche. Tendiamo naturalmente a preferire ciò che conosciamo, anche quando non ci fa stare bene, perché le abitudini rappresentano scorciatoie cognitive ed emotive che riducono lo sforzo. Al contrario, sperimentare nuove modalità implica rallentare, tollerare l’incertezza e affrontare la possibilità di errore.

Dal punto di vista neuropsicologico, il cambiamento comporta la costruzione di nuove reti neurali. Finché queste non diventano sufficientemente stabili, la tentazione di tornare ai vecchi schemi — più rapidi e familiari — resta elevata. Per questo tentennamenti, passi indietro e ricadute fanno parte del processo. Accettarli non significa fallire, ma sviluppare una postura psicologica più flessibile e consapevole.

In questo processo, la motivazione rappresenta il motore interno del cambiamento. Non è un tratto stabile, ma una forza dinamica che può crescere, diminuire e oscillare nel tempo. Coltivarla significa sostenere un cambiamento autentico e duraturo.

Il Modello Transteorico degli Stadi del  Cambiamento di Prochaska e DiClemente (1982), ampiamente utilizzato nella prevenzione e nella promozione della salute, descrive il cambiamento come un processo graduale, ciclico e non lineare. Non si tratta di un evento improvviso o di un cambiamento “tutto o niente”, ma di un percorso che attraversa diversi stadi, ciascuno con caratteristiche specifiche. 

Un cambiamento autentico richiede consapevolezza, ovvero la capacità di comprendere la propria condizione, e motivazione, intesa come volontà di tradurre tale consapevolezza in azione concreta. Comprendere in quale stadio del cambiamento ci si trova consente di orientare meglio le scelte e costruire interventi realistici e sostenibili.

Le fasi del cambiamento

Precontemplazione

In questa fase la persona non riconosce l’esistenza di un problema o non prende in considerazione l’ipotesi di modificare il proprio comportamento. Il disagio può essere negato, minimizzato o razionalizzato. Talvolta si tratta di persone poco informate rispetto ai rischi del comportamento adottato, oppure di chi, dopo tentativi falliti, ha perso fiducia nella possibilità di cambiare. Spesso sono i familiari o le persone vicine a segnalare che qualcosa non va. La richiesta di aiuto difficilmente nasce in modo spontaneo e questo stadio può protrarsi a lungo nel tempo. 

Contemplazione

Nella fase di contemplazione emerge una prima consapevolezza del problema, accompagnata da una forte ambivalenza. La persona riconosce che la situazione non è soddisfacente, ma allo stesso tempo teme il cambiamento. Il comportamento problematico viene vissuto sia nei suoi aspetti negativi sia nei benefici secondari che continua a offrire. Questa oscillazione può mantenere la persona in una condizione di stallo, definita anche contemplazione cronica. La motivazione è presente, ma ancora instabile.

Determinazione (o Preparazione)

In questa fase la decisione di cambiare diventa più solida. La persona inizia a progettare per piccoli passi, definendo obiettivi e strategie concrete, spesso con il supporto di professionisti o persone significative. È una fase delicata: l’ambivalenza si riduce, la motivazione è elevata ma ancora vulnerabile e soggetta a ripensamenti o passi indietro.

Azione

Lo stadio dell’azione è caratterizzato dall’attuazione concreta del cambiamento. Il comportamento problematico viene interrotto o ridotto e sostituito con modalità più funzionali. È una fase impegnativa, che richiede perseveranza e sostegno. Le difficoltà iniziali possono mettere alla prova la motivazione, rendendo fondamentale il supporto professionale.

Mantenimento 

I nuovi comportamenti iniziano a stabilizzarsi e diventano gradualmente parte dello stile di vita della persona. Vengono consolidati i progressi, riconosciute le situazioni di rischio e mantenuta l’attenzione alla cura di sé. La durata di questa fase è variabile e dipende dalle caratteristiche individuali e dal tipo di comportamento modificato. Rinforzare i progressi e mantenere uno sguardo attento sul proprio benessere è essenziale. 

Ricaduta

La ricaduta è una componente fisiologica del processo di cambiamento e non rappresenta un fallimento, ma un’occasione di apprendimento. Consente di comprendere cosa ha ostacolato il percorso e come prevenire difficoltà future. Quanto più la ricaduta viene colpevolizzata, tanto più diventa difficile riprendere il percorso; riconoscerla come parte del processo permette invece di rientrare nel ciclo del cambiamento con maggiore consapevolezza. Per prevenire le ricadute è fondamentale esplorare le convinzioni che sostengono il comportamento problematico. Credenze come “non ce la farò mai” o “così sto meglio” influenzano profondamente la motivazione e il mantenimento del disagio. Allo stesso modo, difficoltà nella gestione di emozioni intense — come ansia, stress o rabbia — possono favorire strategie di evitamento o compensazione. Ad esempio, in seguito a un conflitto familiare, una persona può ricorrere al cibo per alleviare temporaneamente la tensione. Rafforzare le capacità di coping diventa quindi un passaggio centrale nel percorso di cambiamento.

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Il cambiamento autentico nasce da un percorso di consapevolezza, responsabilità e cura integrata. Ogni passo, anche il più piccolo, rappresenta un movimento verso un equilibrio più profondo e duraturo

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Quali sono le differenze tra Psicologo, Psicoterapeuta, Psichiatra e Neurologo?

Quali sono le differenze tra Psicologo, Psicoterapeuta, Psichiatra e Neurologo?

In presenza di una più o meno chiara condizione di ostacolo, oppressione, sofferenza emotiva, che non si estingue, va e viene, aleggia e comporta una vera e propria sintomatologia, rivolgersi ad un professionista della salute mentale per valutare la natura della problematica presentata è una scelta utile ma anche fondamentale. Una volta presa l’iniziativa, nella speranza di liberarsi da questa conoscenza oscura, nella persona può emergere un grosso interrogativo: “a quale professionista mi devo rivolgere per chiedere aiuto”?

Psicologo, Psicoterapeuta, Psichiatra, Neurologo sono figure professionali con un percorso formativo specifico, competenze diverse fra loro, ma con un unico obiettivo: comprendere la causa del disagio psichico e cercare la soluzione adatta per migliorare la vita del paziente. Per sapersi orientare nella scelta del professionista occorre, innanzitutto, conoscere chi è e di cosa si occupa.

Scopriamolo insieme…

Iniziamo!!!

Chi è lo Psicologo?

Lo psicologo è un professionista della salute mentale che ha svolto un tirocinio, conseguito la laurea in Psicologia (3+2), superato l’Esame di Stato per l’abilitazione all’esercizio della professione e iscritto all’Ordine degli Psicologi di una regione o provincia italiana.

L’Art. 1 della Legge 18/02/1989, n.56 afferma che:

“la professione di psicologo comprende l’uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità. Comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito”.

“Lo psicologo opera al fine di conoscere, migliorare e tutelare il benessere psicologico e la salute nelle persone, famiglie, comunità e organizzazioni sociali e lavorative” – Consiglio Nazionale Ordine Psicologi (CNOP).

Chi è lo Psicoterapeuta?

Lo Psicoterapeuta è uno Psicologo o un Medico che dopo il conseguimento della laurea in Psicologia o in Medicina e Chirurgia, ha frequentato una scuola di Specializzazione quadriennale in Psicoterapia riconosciuta dal MIUR (Ministero dell’Università e della Ricerca) e delle ore di tirocinio distribuite nel corso della formazione e dell’addestramento.

Nell’ambito della psicoterapia esistono diversi approcci, che prevedono teorie e tecniche alquanto diverse tra loro. I principali sono: dalla tradizionale Psicoanalisi, alla Terapia Sistemico-Relazionale, fino alla più moderna Terapia Cognitivo Comportamentale.

L’attività di psicoterapia è rivolta alla risoluzione dei disagi psicologici connotati da sintomi attraverso strumenti non farmacologici. Lo psicoterapeuta in un percorso di valutazione e di diagnosi identifica la natura della problematica presentata dal paziente e successivamente interviene attraverso un progetto psicoterapeutico.

Le aree di intervento sono ansia, attacchi di panico, fobie, depressione, problemi alimentari, disturbi psicosomatici, difficoltà affettive e relazionali, dipendenze, disturbi post traumatici, problematiche dell’adolescenza, conflittualità di coppia, cambiamenti del ciclo di vita, elaborazione del lutto, stress e altro…

Chi è lo Psichiatra?

Lo Psichiatra è un professionista della salute mentale, laureato in Medicina e Chirurgia e specializzato in Psichiatria, può esercitare la psicoterapia se ha conseguito una specifica formazione. Si occupa della diagnosi, della cura e della riabilitazione dei disturbi psichici (schizofrenia, depressione, ansia, psicosi, disturbi dissociativi e altro…) attraverso l’utilizzo di psicofarmaci come antidepressivi, ansiolitici, neurolettici, antipsicotici.

Lo Psicologo/Psicoterapeuta e lo Psichiatra possono contemporaneamente fornire il supporto ad una stessa persona, ottenendo un risultato migliore di quello che verrebbe raggiunto attraverso l’utilizzo esclusivo di uno dei due.

Chi è il Neurologo?

Il Neurologo è un professionista laureato in Medicina e Chirurgia e specializzato in Neurologia. Si occupa delle malattie organiche che colpiscono il Sistema Nervoso Centrale e Periferico (il cervello, il midollo spinale e i nervi). Le patologie di pertinenza neurologica sono: ictus, demenze, epilessia, sclerosi multipla, disturbi del movimento, l’alzheimer, il parkinson e la sclerosi Laterale Amiotrofica-SLA, cefalee e altre forme di mal di testa, disturbi del linguaggio, infezioni del sistema nervoso (meningite e ascesso cerebrale, encefalite, mielite) e altro…

Una figura centrale che può contribuire ad indirizzarti nella scelta è il tuo medico di famiglia, chiedi a lui se non sai a chi rivolgerti!

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